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Parole di Passaggio, ovvero... pensieri, riflessioni sulle mie attività quotidiane di giornalista,
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mercoledì, luglio 20, 2005

Di ritorno dal viaggio di nozze

Eccomi qua,
felicemente sposato.
Siamo tornati dal viaggio la sera di lunedì 18 luglio.
Che bella ISCHIA!!!!

Chissà se riusciremo a tornarci...

Ora rimettiamo al lavoro con la consapevolezza di essere in tre in famiglia: io, mia moglie e il Principale (Gesù)
postato da: cyberpanc alle ore 08:47 | link | commenti (6)
categorie: speranza
mercoledì, giugno 29, 2005

Il cuore puro e il cielo di montagna

Rileggo queste parole di Gesù: 

"Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi,adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.

Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo."(Mt 7, 21-23)

Come diventa importante allora avere un cuore puro, limpido, come il cielo in alta montagna, dove tutte le cose vengono illuminate dalla luce del sole e dove l'aria è pulita e ti accarezza il viso dolcemente: sembra quasi sentire Dio che ti dice: "non temere, sei in buone mani".

L'immagine del banner che si trova su questo blog mi porta a desiderare questa condizione, consapevole della pesantezza del peccato. Non è forse così allora che ci si rende conto del fatto che siamo chiamati all'immortalità ma che abbiamo dei limiti dati dal peccato (l'orgoglio di voler fare senza Dio) che ci impediscono di spiccare il volo in questo cielo terso?

"Ma nulla è impossibile a Dio" (Lc 1, 37)

A noi la fede di credere in questo e la fiducia di aprire le nostre ali anche in assenza di vento.
Solo allora, sperando oltre ogni speranza, scopriremo che da sempre il vento dello Spirito Santo ci ha sostenuti e in un batter d'occhio saremo già in volo verso le terre che Lui ha preparato per noi.

postato da: cyberpanc alle ore 09:07 | link | commenti (4)
categorie: speranza, fede
martedì, giugno 28, 2005

Il dono della pazienza

E' inutile nasconderselo: spesso constatiamo la puerilità di certi nostri atteggiamenti.
Un momento ci sembra che una determinata questione sia di fondamentale importanza e siamo disposti a incapponirci per far rispettare certe nostre pretese inappellabili, poi, lasciata passare un po' di acqua sotto i ponti, ci rendiamo conto che si trattava solo di un capriccio.

Poi ci rendiamo conto che, se non abbiamo perso del tutto il buon senso, mentre ci inalberavamo, la situazione finale non è del tutto irrimediabilmente rovinata, come se la Divina Provvidenza ci sostenesse pazientemente aspettando che il nostro cuore rinsavisca...

Per questo dico che il dono della pazienza è prezioso: soprattutto verso noi stessi. Imparare quindi ad attendere che il nostro ego si calmi e i capricci si sciolgano come schiuma per rivedere "le stelle" e il vero senso della nostra vita.

postato da: cyberpanc alle ore 10:47 | link | commenti (1)
categorie: speranza, fede
domenica, febbraio 20, 2005

Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo (Mt 8, 20)

L'uomo cerca un posto reale, tangibile dove sentirsi sicuro.
 
Fatico a capire quando si dice di una persona scomparsa "egli vive per sempre nel nostro cuore".
E' poca cosa la vita nella memoria, come se fossimo tanti faraoni ad esserci costruiti una piramide nel cuore dei nostri cari.

Eppure....
La realtà del pensiero... cos'è?
La realtà tangibile è l'unica?
I miei cari che mi salutano, escono dalla porta e potrebbe essere solo un sogno...

E se si cominciasse a considerare la realtà tangibile come aspetto visible di una realtà ben più complessa, dove noi viviamo attorniati da spiriti angelici e demoniaci che si fanno una lotta senza quartiere.

Per cosa?
Per chi?
Per noi? Forse...

Questo allora vorrebbe dire che la nostra vita, la nostra anima, la nostra volontà è molto preziosa se schiere di spiriti si affrontano senza esclusione di colpi.

Mi convinco sempre più allora che la mia libertà sia una libertà PER e non solo una libertà DA.
postato da: cyberpanc alle ore 09:57 | link | commenti (2)
categorie: speranza
giovedì, dicembre 30, 2004

Buon Anno a chi?

- A tutti coloro che l'ultimo dell'anno pregheranno per le vittime del maremoto,
- A tutti quelli che si sono sentiti coinvolti in prima persona nei soccorsi alle popolazioni alluvionate,
- A tutti quelli che hanno preso coscienza del fatto che tante famiglie domani sera non festeggieranno capodanno.

Auguro un anno migliore a me stesso, affinchè nell'anno nuovo (ma anche a partire da questo momento) io possa:
- chiedere perdono per tutte le volte che ho pensato solo ai fatti miei,
- chiedere perdono per tutte le volte che ho giudicato le persone uguali o non uguali a me in base a quello che possedevano,
- chiedere perdono per tutte le volte che non ho saputo fare festa con chi ne aveva bisogno,
- chiedere perdono per tutte le volte che non sono stato capace di dimenticare i miei problemi,
- chiedere perdono per tutte le volte che non sono stato pronto ad occuparmi dei problemi degli altri.

Auguro un Buon Anno a tutti voi perchè:
- mi ricordate che ciascuno di noi non è un'isola solitaria,
- aprirsi all'altro, diverso da te, ti apre la mente e il cuore,
- cresca sempre più il desiderio di comunione fra gli uomini,
- un Dio-Bambino è nato, segno di contraddizione, ma salvezza per tutti coloro che credono in Lui.

Buon Anno














postato da: cyberpanc alle ore 19:10 | link | commenti
categorie: speranza, carita, fede
martedì, dicembre 07, 2004

Il peccato originale e il Paradiso

Da qualche giorno sto raccogliendo le idee per una serie di riflessioni sul Padre Nostro.
Mi interessa condividere con i miei pochi, ma fedeli lettori (chissà quanti siete ;-) una riflessione sui passi della Genesi che descrivono il peccato originale e la cacciata dal giardino dell'Eden di Adamo ed Eva.

Adamo, dopo aver mangiato la mela, si accorse di essere nudo, e così anche Eva.
Adamo che si vergogna della sua nudità e che sente il bisogno di mascherarsi, di coprire le sue vergogne è una creatura che ha provato l'illusione di sentirsi come Dio, ma che ha sperimentato l'inesorabilità dei propri limiti, arrivando ad odiare Dio per non averlo creato perfetto e ad odiare se stesso per il fatto di non esserlo. Da qui nascono tutte le nevrosi anche dei giorni nostri, tutti i peccati peggiori.

Si arriva a maledire Dio perchè il mondo non è come noi lo vogliamo. Quando succede questo vuol dire che abbiamo perso la coscienza della nostra creaturalità. E la grande guerra è fra questa creaturalità limitata e la scintilla divina che risiede nel nostro cuore (siamo infatti stati creati a immagine di Dio). Nel giardino dell'Eden queste due realtà stavano in armonia, perchè l'uomo accettava i suoi limiti e riconosceva Dio come suo Signore e Creatore.

L'orgoglio di voler essere come Dio ci ha trascinati nella palude della autocompiacenza, che si trasforma inesorabilmente (per la sterminata collezione di fallimenti) in autocommiserazione. Allora non si guarda più il Cielo, ma ci si ripiega su se stessi e si costruiscono mondi, che non sono altro che fotocopie riuscite male del Paradiso.

L'accettazione della propria nudità (dei propri limiti, delle proprie imperfezioni) ci guida attraverso la porta stretta dell'umiltà, che vuol dire sentirsi amati da un Altro che ci ha creati. Quando mi sento amato, divengo capace di amare al di sopra dei limiti dell'uomo, e quindi divento capace di perdonare: "Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei Cieli".

Che meravigliosa speranza che ci mette davanti Gesù. Se non ci fosse questa possibilità, non avrebbe neanche detto quelle parole, perchè sarebbe stato come prendere in giro l'uomo. Se ci esortati in questo senso significa che ce la possiamo fare.

Da soli? Cadremmo di nuovo nel peccato originale.
In compagnia di Gesù? certamente. Ogni giorno, in ogni momento pensiamo a Gesù vicino a noi e la vita cambia, all'istante.

Come sempre vi chiedo in questi casi:
provare per credere.







postato da: cyberpanc alle ore 18:06 | link | commenti (1)
categorie: speranza, carita, fede
sabato, agosto 07, 2004

Ciò di cui non si vuole parlare

Perchè vivere, perchè volersi bene?
Non trovate siano domande importanti, forse così importanti che spesso si finisce per rimuoverle, per evitare di pensare, di pensarci. Alla morte.

Alla TV hanno dato un film con Jack Lemon (con una o due "m"?): "un martedì da Morrie", storia di un professore saggio che, affetto da una malattia incurabile e devastante, insegna a tutti coloro che lo assistono, a morire, ad affrontare la sofferenza, la morte.
Insegna a tutti che ci si "deve voler bene".

Il film finisce con la morte del professore, maestro di vita per tutti i comprimari (un giornalista troppo preso dal suo lavoro, la sua fidanzata stufa di lui, gli infermieri, gli ex allievi, ecc...). Bello, commovente... ma falso!

A poche sequenze prima della fine, il giornalista chiede "ma che senso ha tutto questo?" Il suo vecchio professore gli osserva: tu non hai ancora imparato a dire "addio" alle persone. Vieni qui, abbracciami che ti insegno come si dice "addio" alle persone.
Sequenza strappalacrime, ma falsa! o meglio: monca.
E' quella che in filosofia si dice una "tautologia": ci si deve voler bene perchè ci si deve voler bene.
Ma chi l'ha detto? Cosa me ne faccio di voler bene alle persone se poi scompaiono dalla mia vita, se io scompaio dalla loro vita, se non potremo più parlarci un giorno?
Ritorna la domanda: "che senso ha tutto questo?" C'è qualcosa che posso stringere fra le mani, che non sia un grumo di belle parole dei tanti saggi e "maestri" disseminati lungo la storia e lungo il mio cammino? C'è un'appiglio a cui agganciare questo straccio che è la mia vita, questa storia che non vuole terminare nel nulla o tutt'al più nelle catalogazioni di un letterato (incredibile, ho sogni di gloria anche in questi momenti ;-), o di un archeologo?

Quello che ho visto è uno dei tanti film in cui si affronta il tema della morte, della sofferenza. Ne danno diversi durante il pomeriggio alla TV. Ma dove sta la falsità? Ci si accontenta di sognare la salvezza! Ma si rimuove il prezzo da pagare, la sofferenza di morire a se stessi, che non è una bella poesia, ma la quotidiana "benefica violenza" verso tutto quello che in noi vuole la morte, propria e degli altri.

Stupiti che scriva cose del genere? Freud stesso parla di un istinto di morte che ci portiamo dentro fin dalla nascita, come rivalsa verso un mondo che ci ha staccati dalla condizione sicura e protetta del grembo materno.
Ma qui intendo anche un'altra cosa: il peccato! Ah... che barba! torniamo a parlare di queste favoline da catechismo!

Certo che torno a parlare di queste cose, altrimenti che fine fa il libero arbitrio? Che bello: ci piace il libero arbitrio, ma non siamo disposti ad accettare l'altra faccia della medaglia! Il libero arbitrio c'è quando siamo capaci di distinguere il bene dal male. Se togliamo il concetto di peccato e di male, che libero arbitrio ci rimane?
Ma cos'è bene e cos'è male?
Ma perchè dobbiamo distinguere il bene dal male? Solo per permettere una sana convivenza civile? Solo per un dovere civico?
E chi ci dice ciò che è bene e ciò che è male? Ma ancora: chi me lo fa fare di seguire il bene e il male se poi tutti i miei sforzi si infrangono contro la morte?

"Ma che brava persona che è stata in vita, sarà ricordato come un santo!" Quante volte abbiamo sentito parlare in questi termini di uno che non è più fra noi, vero? Ma cosa pensate che gliene freghi a quella persona ora del nostro ricordo? Lui, come persona, come essere unico e irripetibile, cosa se ne fa del nostro ricordo una volta che il suo corpo è diventato pasto per i vermi!?!?

A questo punto molti si voltano dall'altra parte e dicono "ma che linguaggio sgarbato che usi!" Come se parlare della realtà delle cose fosse una sgrammaticatura. E' questa "educazione" che mi inquieta: è un'educazione che addormenta l'umanità che c'è in noi; la fisicità del nostro rapporto con la vita richiede una sicurezza tangibile, un punto dove agganciare la propria vita.

Oggi non si parla più della morte, della sofferenza perchè non è "buona educazione". Ma non della morte cruenta, delle stragi (quelle si osservano fin nei minimi particolari e si ripropongono al TG fino alla nausea). Non si parla più della morte silenziosa, nelle corsie bianche e ovattate degli ospedali, nelle stanze arredate di ricordi di un appartamento in periferia. Non si parla delle sofferenze dei genitori, mentre accudiscono un figlio con gravi malformazioni; delle madri in pena per i figli e le figlie sperdute nella jungla del mondo contemporaneo.

Eppure la strada della salvezza passa da lì, per tutti, per chi soffre e per chi accudisce. Ma anche queste persone si chiedono "che senso ha tutto questo?"
Ebbene, in questo film si tace del senso ultimo delle cose, del volersi bene, dell'amare anche chi ti provoca sofferenza, dell'impotenza di fronte alla malattia devastante che ti porta via i tuoi cari.

Si dice "partire è un po' come morire". Aggiungo io il contrario "morire è un po' come partire". Ma verso dove? Verso CHI?

Oggi si ha paura di nominare Dio. Ci si è illusi di fare a meno di Lui.
Eppure Lui è lì, nel sofferente, nel figlio malato, nel nonno che critica tutto quello che fai per lui.
E' lì e aspetta. Aspetta che tu apra gli occhi alla realtà e che ti siedi sul ciglio della tua vita per un attimo. Aspetta un tuo sguardo sincero sulle cose, sui tuoi desideri non soddisfatti, sulle tue paure profonde. Aspetta come un amico fedele, con fiducia, perchè Lui c'è sempre, sempre accanto a te. Anche quando non te ne accorgi, quando pensi ad altro, Lui è lì.

Ma Lui è un altro, non sei te stesso! Non è un ologramma della tua personalità migliore. Lui è un'altra Persona, con i suoi pensieri, che non sono i tuoi pensieri; con i suoi sentieri, che non sono i tuoi sentieri.

Lui è lì. Dove? Nel silenzio della tua camera, nel tuo cuore, in una Chiesa, nel Santissimo Sacramento.
"Ma dai! non tirarmi fuori queste menate! Figurati se io mi metto ad andare in Chiesa!"
Fai quello che vuoi.
Sei libero di fare quello che vuoi.
Ma Lui è lì che ti aspetta, sempre.

Tu entri, ti siedi, guardi verso l'altare e non sai dire una parola. Non ti ricordi più come si fa a pregare. Non importa.
Tu stai lì e Lui è davanti a te, che ti aspetta. Non vedeva l'ora di rivederti e di abbracciarti. Ha voglia di stare con te, di condividere con te quello che ha da darti.

"E cosa mi può dare Dio?"
Leggiamo cosa ha detto:
"Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8, 12)
"Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore." (Gv 10, 10-11)
"Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla." (Gv 15, 5)

Dove sta Dio in quel film che ho visto? Nel sofferente. Chi l'ha riconosciuto fra gli altri protagonisti del film? Nessuno.
Chi riceverà questo messaggio (Dio è nel sofferente e la sofferenza accettata come dono di Dio porta alla Risurrezione e alla vita eterna)? Nessuno di coloro che hanno visto il film, a meno che non abbiamo già fatto esperienza per conto proprio di questa verità di fede.

Ma allora qual'è il messaggio del film?
L'uomo basta a se stesso.
E voi ne siete veramente convinti? Forse quando vi renderete conto di dover dipendere da altri per fare anche le minime cose di tutti i giorni, allora vi renderete conto che l'uomo non basta a se stesso, ma ha bisogno di un Altro che lo aiuti.
Ecco come Dio ci lascia liberi: possiamo anche rifiutare il suo aiuto, ma perdiamo l'aggancio dove appendere la nostra vita.
Vi dona libertà questo pensiero?
Benissimo: siete liberi di fare come credete, finchè state bene e potete navigare nei vostri sogni. La realtà è diversa: più piena, più intensa se vissuta con uno scopo chiaro e preciso, con una méta che va oltre la morte.

Un fraterno abbraccio a tutti
Emiliano






























postato da: cyberpanc alle ore 18:52 | link | commenti (1)
categorie: speranza, carita, fede
sabato, giugno 26, 2004

Vivere felici vuol dire imparare a nuotare

Soprattutto quando si sperimenta il buio, abbiamo la possibilità di fare il salto di qualità verso la salvezza.
Non è un linguaggio criptico, il mio, ma una constatazione derivante dall'esperienza.

Può capitare a volte di non sapere dove sbattere la testa, di non vedere dove la vita ti sta portando. La maggior parte delle volte si cede alla corrente e ci si lascia trasportare, ma come si conviene anche quando si naviga lungo un fiume, bisogna imparare a stare a galla: la corrente ci porta comunque avanti, ma dobbiamo arrivarci vivi alla foce e non morti annegati.

Ma come avviene che si impara a nuotare? Fondamentale penso rimanga il pensiero che alla fine c'è la foce, la libertà e la salvezza. Quando si è a bagno nelle acque di un fiume è più logico pensare che si arriverà prima o poi alla foce; quando il fiume in questione è quello della vita, si rischia spesso di perdere la fiducia nell'esistenza di questa foce.

Il buio a cui accennavo in partenza riguarda i momenti in cui, esausti, rischiamo di smettere di nuotare, e preferiamo affidarci alla corrente senza prevenire eventuali disastri. Questo succede anche perchè a volte il peso delle nostre zavorre si fa eccessivo. Ecco allora la fede in Colui che nonostante la nostra iniquità, è in grado risollevarci sempre, in ogni momento: Gesù.

Ma come percepisco la Sua presenza? Come posso smentire la gente che continua a dirmi che è una favoletta per bambini? Una frase stessa di Cristo dovrebbe farci riflettere: "Ti ringrazio, o Padre, perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate agli umili".

Che mistero allora la vita, un mistero carico di luce; di tribolazioni, ma anche di tanti piccoli, ma importanti segni della Provvidenza che ci rivela l'eterno amore di Dio. Egli non ci abbandona mai, mai! Allora bisogna riscoprire la preghiera e ringraziare anche quando le cose vanno male: funziona, sempre, credetemi!


postato da: cyberpanc alle ore 21:58 | link | commenti (3)
categorie: speranza, fede
venerdì, giugno 25, 2004

Da Bologna bolognese, a Bologna... la cinese

Per la prima volta in tanti anni, mi vergogno di essere quasi-bolognese. Chiarisco però un punto: non sono residente a Bologna, per cui non ho dovuto votare in queste elezioni amministrative, ma vedere la vittoria di Cofferati mi ha fatto cadere le braccia, soprattutto dopo aver visto tutte le opere messe in cantiere da Guazzaloca a favore dei cittadini bolognesi.

Ho imparato poi che Cofferati il venerdì prima delle elezioni ha dato da mangiare a tutti un piatto di tagliatelle in piazza Maggiore. Come sono bambini questi bolognesi! Nel medioevo erano i nobili della città che buttavano giù dalle finistre porchette e altre pietanze durante le feste patronali. dando così da mangiare a tutta la piazza di povera gente.
Oggi ce li andiamo a prendere a Bergamo i nostri "nobili".

Oggi, in una riedizione personalizzata del "panem et circenses" Bologna si trova a vivere il suo "panem et chinenses", in una parodia che rimanda addirittura ad Esaù: per un piatto di lenticchie perse la primogenitura. Qui, per un piatto di tagliatelle, i bolognesi hanno perso il cervello...





postato da: cyberpanc alle ore 21:59 | link | commenti (4)
categorie: speranza
mercoledì, giugno 16, 2004

Educazione delle emozioni

Il prof. Pietropolli Charmet, in un suo recente articolo analiza il difficile rapporto fra gli adolescenti e la scuola. Emerge un dato su cui ho voglia di riflettere assieme a voi: i ragazzi cercano il coinvolgimento emozionale, le relazioni amicali che sappiano soddisfare il loro "narcisismo". Difficilmente sono disposti ad accettare discorsi progettuali, sacrifici.

Charmet continua dicendo che i ragazzi di oggi sembrano "fiori di serra", non abituati ai "combattimenti" della vita. Per questo poi capita di leggere notizie di adolescenti che si tolgono la vita per un insuccesso a scuola.

Forse questi ragazzi sono stati educati con una sopravvalutazione delle emozioni; non sono stati aiutati a scoprire che il lavoro in gruppo, la collaborazione e la progettualità può aiutare molto l'inserimento in una comunità di coetanei, ma soprattutto a dare il giusto peso a sentimenti, sensazioni traumi affettivi.

Credo che anche didatticamente parlando, sia opportuno che gli insegnanti si rendano conto di non essere unicamente dei "dispenser" di informazioni, ma educatori e "ammortizzatori" nei confronti delle tempeste emotive tipiche degli adolescenti. Lo stesso discorso vale anche per i genitori, primi protagonisti dell'educazione dei figli.

Che ne pensate?
Quali suggerimenti vi vengono in mente?


postato da: cyberpanc alle ore 11:20 | link | commenti
categorie: speranza, carita