ParoLediPasSaggiO

Parole di Passaggio, ovvero... pensieri, riflessioni sulle mie attività quotidiane di giornalista,
con uno sguardo al di là del Cielo
e nel cuore di ciascuno di noi

Chi sono

Utente: cyberpanc

Archivio

oggi
--- 2006 ---
--- 2005 ---
--- 2004 ---
--- 2003 ---

Categorie

carita
fede
speranza

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
giovedì, dicembre 30, 2004

Buon Anno a chi?

- A tutti coloro che l'ultimo dell'anno pregheranno per le vittime del maremoto,
- A tutti quelli che si sono sentiti coinvolti in prima persona nei soccorsi alle popolazioni alluvionate,
- A tutti quelli che hanno preso coscienza del fatto che tante famiglie domani sera non festeggieranno capodanno.

Auguro un anno migliore a me stesso, affinchè nell'anno nuovo (ma anche a partire da questo momento) io possa:
- chiedere perdono per tutte le volte che ho pensato solo ai fatti miei,
- chiedere perdono per tutte le volte che ho giudicato le persone uguali o non uguali a me in base a quello che possedevano,
- chiedere perdono per tutte le volte che non ho saputo fare festa con chi ne aveva bisogno,
- chiedere perdono per tutte le volte che non sono stato capace di dimenticare i miei problemi,
- chiedere perdono per tutte le volte che non sono stato pronto ad occuparmi dei problemi degli altri.

Auguro un Buon Anno a tutti voi perchè:
- mi ricordate che ciascuno di noi non è un'isola solitaria,
- aprirsi all'altro, diverso da te, ti apre la mente e il cuore,
- cresca sempre più il desiderio di comunione fra gli uomini,
- un Dio-Bambino è nato, segno di contraddizione, ma salvezza per tutti coloro che credono in Lui.

Buon Anno














postato da: cyberpanc alle ore 19:10 | link | commenti
categorie: speranza, carita, fede
martedì, dicembre 07, 2004

Il peccato originale e il Paradiso

Da qualche giorno sto raccogliendo le idee per una serie di riflessioni sul Padre Nostro.
Mi interessa condividere con i miei pochi, ma fedeli lettori (chissà quanti siete ;-) una riflessione sui passi della Genesi che descrivono il peccato originale e la cacciata dal giardino dell'Eden di Adamo ed Eva.

Adamo, dopo aver mangiato la mela, si accorse di essere nudo, e così anche Eva.
Adamo che si vergogna della sua nudità e che sente il bisogno di mascherarsi, di coprire le sue vergogne è una creatura che ha provato l'illusione di sentirsi come Dio, ma che ha sperimentato l'inesorabilità dei propri limiti, arrivando ad odiare Dio per non averlo creato perfetto e ad odiare se stesso per il fatto di non esserlo. Da qui nascono tutte le nevrosi anche dei giorni nostri, tutti i peccati peggiori.

Si arriva a maledire Dio perchè il mondo non è come noi lo vogliamo. Quando succede questo vuol dire che abbiamo perso la coscienza della nostra creaturalità. E la grande guerra è fra questa creaturalità limitata e la scintilla divina che risiede nel nostro cuore (siamo infatti stati creati a immagine di Dio). Nel giardino dell'Eden queste due realtà stavano in armonia, perchè l'uomo accettava i suoi limiti e riconosceva Dio come suo Signore e Creatore.

L'orgoglio di voler essere come Dio ci ha trascinati nella palude della autocompiacenza, che si trasforma inesorabilmente (per la sterminata collezione di fallimenti) in autocommiserazione. Allora non si guarda più il Cielo, ma ci si ripiega su se stessi e si costruiscono mondi, che non sono altro che fotocopie riuscite male del Paradiso.

L'accettazione della propria nudità (dei propri limiti, delle proprie imperfezioni) ci guida attraverso la porta stretta dell'umiltà, che vuol dire sentirsi amati da un Altro che ci ha creati. Quando mi sento amato, divengo capace di amare al di sopra dei limiti dell'uomo, e quindi divento capace di perdonare: "Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei Cieli".

Che meravigliosa speranza che ci mette davanti Gesù. Se non ci fosse questa possibilità, non avrebbe neanche detto quelle parole, perchè sarebbe stato come prendere in giro l'uomo. Se ci esortati in questo senso significa che ce la possiamo fare.

Da soli? Cadremmo di nuovo nel peccato originale.
In compagnia di Gesù? certamente. Ogni giorno, in ogni momento pensiamo a Gesù vicino a noi e la vita cambia, all'istante.

Come sempre vi chiedo in questi casi:
provare per credere.







postato da: cyberpanc alle ore 18:06 | link | commenti (1)
categorie: speranza, carita, fede
martedì, ottobre 12, 2004

Abbiamo disimparato a leggere

La notizia può essere una bomba, ma molti la accoglieranno con stanchezza, con noncuranza, come si trattasse di una trovata un po' stupidina.

Di cosa parliamo? Di come facciamo a leggere, tutti quanti. Leggiamo con gli occhi, scorriamo lungo le righe, le pagine e spesso dobbiamo tornare indietro, rileggere una frase perchè ci siamo distratti... e sottolineamo, a volte troppe parole e finisce che il nostro libro gronda di inchiostro, ferito ovunque dalle nostre matite (quando addirittura si usa la biro... orrore!!! )

E invece scopriamo che il cervello non legge in maniera lineare, riga per riga, ma salta da una parola all'altra, perchè ha bisogno di un "fermo immagine" di almeno 1/4 di secondo per capire che parola sta leggendo.

Ebbene, questo che vuol dire? Vuol dire che quando abbiamo imparato a leggere, aiutandoci con il ditino, facevamo la cosa giusta. La cosa sbagliata l'hanno fatta le nostre maestre spingendoci a togliere il ditino: abbiamo tolto un punto di riferimento al nostro cervello, che ora si deve barcamenare fra una parola e l'altra, distraendosi in continuazione e faticando a mantenere la riga.

Qiundi, regola numero uno: leggere aiutandosi con un dito o con una matita o righello per seguire la riga che si sta leggendo.
Tutte frottole? Io ho provato e ho raddoppiato almeno la mia velocità di lettura, riuscendo a studiare molto più rapidamente, senza perdere il filo del discorso e riuscendo a individuare meglio le poche parole chiave da sottolineare.

Provare per credere...

P.S. Se poi vi sembra di andare lenti, basta esercitarsi un po' e far scorrere più veloce il dito, vedrete che il cervello (che notoriamente è più veloce della mano....) vi seguirà come un maggiordomo fedele ed efficiente.


postato da: cyberpanc alle ore 13:54 | link | commenti (2)
categorie: carita
sabato, agosto 07, 2004

Ciò di cui non si vuole parlare

Perchè vivere, perchè volersi bene?
Non trovate siano domande importanti, forse così importanti che spesso si finisce per rimuoverle, per evitare di pensare, di pensarci. Alla morte.

Alla TV hanno dato un film con Jack Lemon (con una o due "m"?): "un martedì da Morrie", storia di un professore saggio che, affetto da una malattia incurabile e devastante, insegna a tutti coloro che lo assistono, a morire, ad affrontare la sofferenza, la morte.
Insegna a tutti che ci si "deve voler bene".

Il film finisce con la morte del professore, maestro di vita per tutti i comprimari (un giornalista troppo preso dal suo lavoro, la sua fidanzata stufa di lui, gli infermieri, gli ex allievi, ecc...). Bello, commovente... ma falso!

A poche sequenze prima della fine, il giornalista chiede "ma che senso ha tutto questo?" Il suo vecchio professore gli osserva: tu non hai ancora imparato a dire "addio" alle persone. Vieni qui, abbracciami che ti insegno come si dice "addio" alle persone.
Sequenza strappalacrime, ma falsa! o meglio: monca.
E' quella che in filosofia si dice una "tautologia": ci si deve voler bene perchè ci si deve voler bene.
Ma chi l'ha detto? Cosa me ne faccio di voler bene alle persone se poi scompaiono dalla mia vita, se io scompaio dalla loro vita, se non potremo più parlarci un giorno?
Ritorna la domanda: "che senso ha tutto questo?" C'è qualcosa che posso stringere fra le mani, che non sia un grumo di belle parole dei tanti saggi e "maestri" disseminati lungo la storia e lungo il mio cammino? C'è un'appiglio a cui agganciare questo straccio che è la mia vita, questa storia che non vuole terminare nel nulla o tutt'al più nelle catalogazioni di un letterato (incredibile, ho sogni di gloria anche in questi momenti ;-), o di un archeologo?

Quello che ho visto è uno dei tanti film in cui si affronta il tema della morte, della sofferenza. Ne danno diversi durante il pomeriggio alla TV. Ma dove sta la falsità? Ci si accontenta di sognare la salvezza! Ma si rimuove il prezzo da pagare, la sofferenza di morire a se stessi, che non è una bella poesia, ma la quotidiana "benefica violenza" verso tutto quello che in noi vuole la morte, propria e degli altri.

Stupiti che scriva cose del genere? Freud stesso parla di un istinto di morte che ci portiamo dentro fin dalla nascita, come rivalsa verso un mondo che ci ha staccati dalla condizione sicura e protetta del grembo materno.
Ma qui intendo anche un'altra cosa: il peccato! Ah... che barba! torniamo a parlare di queste favoline da catechismo!

Certo che torno a parlare di queste cose, altrimenti che fine fa il libero arbitrio? Che bello: ci piace il libero arbitrio, ma non siamo disposti ad accettare l'altra faccia della medaglia! Il libero arbitrio c'è quando siamo capaci di distinguere il bene dal male. Se togliamo il concetto di peccato e di male, che libero arbitrio ci rimane?
Ma cos'è bene e cos'è male?
Ma perchè dobbiamo distinguere il bene dal male? Solo per permettere una sana convivenza civile? Solo per un dovere civico?
E chi ci dice ciò che è bene e ciò che è male? Ma ancora: chi me lo fa fare di seguire il bene e il male se poi tutti i miei sforzi si infrangono contro la morte?

"Ma che brava persona che è stata in vita, sarà ricordato come un santo!" Quante volte abbiamo sentito parlare in questi termini di uno che non è più fra noi, vero? Ma cosa pensate che gliene freghi a quella persona ora del nostro ricordo? Lui, come persona, come essere unico e irripetibile, cosa se ne fa del nostro ricordo una volta che il suo corpo è diventato pasto per i vermi!?!?

A questo punto molti si voltano dall'altra parte e dicono "ma che linguaggio sgarbato che usi!" Come se parlare della realtà delle cose fosse una sgrammaticatura. E' questa "educazione" che mi inquieta: è un'educazione che addormenta l'umanità che c'è in noi; la fisicità del nostro rapporto con la vita richiede una sicurezza tangibile, un punto dove agganciare la propria vita.

Oggi non si parla più della morte, della sofferenza perchè non è "buona educazione". Ma non della morte cruenta, delle stragi (quelle si osservano fin nei minimi particolari e si ripropongono al TG fino alla nausea). Non si parla più della morte silenziosa, nelle corsie bianche e ovattate degli ospedali, nelle stanze arredate di ricordi di un appartamento in periferia. Non si parla delle sofferenze dei genitori, mentre accudiscono un figlio con gravi malformazioni; delle madri in pena per i figli e le figlie sperdute nella jungla del mondo contemporaneo.

Eppure la strada della salvezza passa da lì, per tutti, per chi soffre e per chi accudisce. Ma anche queste persone si chiedono "che senso ha tutto questo?"
Ebbene, in questo film si tace del senso ultimo delle cose, del volersi bene, dell'amare anche chi ti provoca sofferenza, dell'impotenza di fronte alla malattia devastante che ti porta via i tuoi cari.

Si dice "partire è un po' come morire". Aggiungo io il contrario "morire è un po' come partire". Ma verso dove? Verso CHI?

Oggi si ha paura di nominare Dio. Ci si è illusi di fare a meno di Lui.
Eppure Lui è lì, nel sofferente, nel figlio malato, nel nonno che critica tutto quello che fai per lui.
E' lì e aspetta. Aspetta che tu apra gli occhi alla realtà e che ti siedi sul ciglio della tua vita per un attimo. Aspetta un tuo sguardo sincero sulle cose, sui tuoi desideri non soddisfatti, sulle tue paure profonde. Aspetta come un amico fedele, con fiducia, perchè Lui c'è sempre, sempre accanto a te. Anche quando non te ne accorgi, quando pensi ad altro, Lui è lì.

Ma Lui è un altro, non sei te stesso! Non è un ologramma della tua personalità migliore. Lui è un'altra Persona, con i suoi pensieri, che non sono i tuoi pensieri; con i suoi sentieri, che non sono i tuoi sentieri.

Lui è lì. Dove? Nel silenzio della tua camera, nel tuo cuore, in una Chiesa, nel Santissimo Sacramento.
"Ma dai! non tirarmi fuori queste menate! Figurati se io mi metto ad andare in Chiesa!"
Fai quello che vuoi.
Sei libero di fare quello che vuoi.
Ma Lui è lì che ti aspetta, sempre.

Tu entri, ti siedi, guardi verso l'altare e non sai dire una parola. Non ti ricordi più come si fa a pregare. Non importa.
Tu stai lì e Lui è davanti a te, che ti aspetta. Non vedeva l'ora di rivederti e di abbracciarti. Ha voglia di stare con te, di condividere con te quello che ha da darti.

"E cosa mi può dare Dio?"
Leggiamo cosa ha detto:
"Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8, 12)
"Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore." (Gv 10, 10-11)
"Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla." (Gv 15, 5)

Dove sta Dio in quel film che ho visto? Nel sofferente. Chi l'ha riconosciuto fra gli altri protagonisti del film? Nessuno.
Chi riceverà questo messaggio (Dio è nel sofferente e la sofferenza accettata come dono di Dio porta alla Risurrezione e alla vita eterna)? Nessuno di coloro che hanno visto il film, a meno che non abbiamo già fatto esperienza per conto proprio di questa verità di fede.

Ma allora qual'è il messaggio del film?
L'uomo basta a se stesso.
E voi ne siete veramente convinti? Forse quando vi renderete conto di dover dipendere da altri per fare anche le minime cose di tutti i giorni, allora vi renderete conto che l'uomo non basta a se stesso, ma ha bisogno di un Altro che lo aiuti.
Ecco come Dio ci lascia liberi: possiamo anche rifiutare il suo aiuto, ma perdiamo l'aggancio dove appendere la nostra vita.
Vi dona libertà questo pensiero?
Benissimo: siete liberi di fare come credete, finchè state bene e potete navigare nei vostri sogni. La realtà è diversa: più piena, più intensa se vissuta con uno scopo chiaro e preciso, con una méta che va oltre la morte.

Un fraterno abbraccio a tutti
Emiliano






























postato da: cyberpanc alle ore 18:52 | link | commenti (1)
categorie: speranza, carita, fede
mercoledì, giugno 16, 2004

Educazione delle emozioni

Il prof. Pietropolli Charmet, in un suo recente articolo analiza il difficile rapporto fra gli adolescenti e la scuola. Emerge un dato su cui ho voglia di riflettere assieme a voi: i ragazzi cercano il coinvolgimento emozionale, le relazioni amicali che sappiano soddisfare il loro "narcisismo". Difficilmente sono disposti ad accettare discorsi progettuali, sacrifici.

Charmet continua dicendo che i ragazzi di oggi sembrano "fiori di serra", non abituati ai "combattimenti" della vita. Per questo poi capita di leggere notizie di adolescenti che si tolgono la vita per un insuccesso a scuola.

Forse questi ragazzi sono stati educati con una sopravvalutazione delle emozioni; non sono stati aiutati a scoprire che il lavoro in gruppo, la collaborazione e la progettualità può aiutare molto l'inserimento in una comunità di coetanei, ma soprattutto a dare il giusto peso a sentimenti, sensazioni traumi affettivi.

Credo che anche didatticamente parlando, sia opportuno che gli insegnanti si rendano conto di non essere unicamente dei "dispenser" di informazioni, ma educatori e "ammortizzatori" nei confronti delle tempeste emotive tipiche degli adolescenti. Lo stesso discorso vale anche per i genitori, primi protagonisti dell'educazione dei figli.

Che ne pensate?
Quali suggerimenti vi vengono in mente?


postato da: cyberpanc alle ore 11:20 | link | commenti
categorie: speranza, carita
domenica, febbraio 22, 2004

La regola d'oro

Il vangelo di oggi parla della regola d'oro:
"Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio".

Poco prima Gesù la enuncia chiaramente: "Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro".

Domanda: pensate che questa regola possa essere identificata come un principio morale comune a tutti gli uomini, al di là delle religioni, delle culture diverse? Se vi interessa ho trovato anche un interessante saggio in merito, sul sito di un'università americana.
I commenti sono molto graditi, anche perchè è un tema che riguarda tutti, credenti e non credenti.





postato da: cyberpanc alle ore 10:33 | link | commenti
categorie: carita, fede
martedì, febbraio 17, 2004

La sconosciuta zona pubblica

Passeggiate per strada incontrando tante persone, solo di sfuggita. Quasi sempre non si dà la benchè minima importanta a questi fugaci incontri di sguardi lungo i marciapiedi delle nostre città. Eppure è proprio in questo ambiente metropolitano che abbiamo la possibilità di rinforzare la sicurezza in noi stessi. Quello che dico non è una favola, è il risultato di esperienza personale, stimolata dalla lettura di preziosi suggerimenti di psicoterapeuti.

La zona pubblica, quella in cui ci troviamo quando siamo per strada, quando incontriamo persone al supermercato o dentro un ascensore, è quella zona della nostra esistenza nella quale non si può pretendere di estraniare le nostre confidenze più nascoste (avete mai visto una persona che passando per strada ferma gli altri e si mette a raccontare dell'ultima litigata che ha fatto con il suo o la sua consorte?). Si tratta di una zona fatta di incontri velocissimi, di sguardi, di gesti di cortesia, dove non serve arrabbiarsi se il tipo che guida la macchina davanti a noi non si decide a passare all'incrocio. Nella zona pubblica non dobbiamo prendere le cose come fossero questioni personali: non conosciamo nessuno e nessuno può mettersi in testa di perdere tempo ad ascoltare le nostre faccende personali.

Eppure, se mandiamo segnali positivi, un sorriso, un gesto di cortesia, è molto facile ricevere in cambio un altrettanto gesto di cortesia, un sorriso, un grazie. Come fare per sentirsi a casa nella zona pubblica? Moltiplicare a dismisura queste occasioni di interazione con le persone, senza essere troppo invadenti, ma con un atteggiamento positivo e assertivo.

Vi sembra tutto troppo artefatto? Diciamo allora che tutti dovrebbero imparare che il gioco della vita ha a suo fondamento una serie di regole che non sono imposte, ma che emergono naturalmente dalle relazioni interpersonali. Queste regole sono diverse se ci troviamo a passeggiare per strada, con degli amici oppure a casa nostra in compagnia della nostra famiglia.

Nella zona pubblica basta sorridere e accettare di ricevere sorrisi per sentirsi "a casa", al posto giusto nel momento giusto. Provare per credere. E bisogna provare, non basta sapere che potrebbe funzionare. Così forse si imparerà che per crescere bisogna fare esperienza di relazioni interpersonali e non conta molto chiudersi nel proprio mondo dei sogni. Coraggio, allora: c'è un mondo là fuori che aspetta solo di ricevere i vostri sorrisi e di ricambiarvi con altrettanti gesti di cortesia e di considerazione.

Un saluto a tutti voi che siete passati di qua.
cyberpanc


postato da: cyberpanc alle ore 20:49 | link | commenti (2)
categorie: carita