Perchè vivere, perchè volersi bene?
Non trovate siano domande importanti, forse così importanti che spesso si finisce per rimuoverle, per evitare di pensare, di pensarci. Alla morte.
Alla TV hanno dato un film con Jack Lemon (con una o due "m"?): "un martedì da Morrie", storia di un professore saggio che, affetto da una malattia incurabile e devastante, insegna a tutti coloro che lo assistono, a morire, ad affrontare la sofferenza, la morte.
Insegna a tutti che ci si "deve voler bene".
Il film finisce con la morte del professore, maestro di vita per tutti i comprimari (un giornalista troppo preso dal suo lavoro, la sua fidanzata stufa di lui, gli infermieri, gli ex allievi, ecc...). Bello, commovente... ma falso!
A poche sequenze prima della fine, il giornalista chiede "ma che senso ha tutto questo?" Il suo vecchio professore gli osserva: tu non hai ancora imparato a dire "addio" alle persone. Vieni qui, abbracciami che ti insegno come si dice "addio" alle persone.
Sequenza strappalacrime, ma falsa! o meglio: monca.
E' quella che in filosofia si dice una "tautologia": ci si deve voler bene perchè ci si deve voler bene.
Ma chi l'ha detto? Cosa me ne faccio di voler bene alle persone se poi scompaiono dalla mia vita, se io scompaio dalla loro vita, se non potremo più parlarci un giorno?
Ritorna la domanda: "che senso ha tutto questo?" C'è qualcosa che posso stringere fra le mani, che non sia un grumo di belle parole dei tanti saggi e "maestri" disseminati lungo la storia e lungo il mio cammino? C'è un'appiglio a cui agganciare questo straccio che è la mia vita, questa storia che non vuole terminare nel nulla o tutt'al più nelle catalogazioni di un letterato (incredibile, ho sogni di gloria anche in questi momenti ;-), o di un archeologo?
Quello che ho visto è uno dei tanti film in cui si affronta il tema della morte, della sofferenza. Ne danno diversi durante il pomeriggio alla TV. Ma dove sta la falsità? Ci si accontenta di sognare la salvezza! Ma si rimuove il prezzo da pagare, la sofferenza di morire a se stessi, che non è una bella poesia, ma la quotidiana "benefica violenza" verso tutto quello che in noi vuole la morte, propria e degli altri.
Stupiti che scriva cose del genere? Freud stesso parla di un istinto di morte che ci portiamo dentro fin dalla nascita, come rivalsa verso un mondo che ci ha staccati dalla condizione sicura e protetta del grembo materno.
Ma qui intendo anche un'altra cosa: il peccato! Ah... che barba! torniamo a parlare di queste favoline da catechismo!
Certo che torno a parlare di queste cose, altrimenti che fine fa il libero arbitrio? Che bello: ci piace il libero arbitrio, ma non siamo disposti ad accettare l'altra faccia della medaglia! Il libero arbitrio c'è quando siamo capaci di distinguere il bene dal male. Se togliamo il concetto di peccato e di male, che libero arbitrio ci rimane?
Ma cos'è bene e cos'è male?
Ma perchè dobbiamo distinguere il bene dal male? Solo per permettere una sana convivenza civile? Solo per un dovere civico?
E chi ci dice ciò che è bene e ciò che è male? Ma ancora: chi me lo fa fare di seguire il bene e il male se poi tutti i miei sforzi si infrangono contro la morte?
"Ma che brava persona che è stata in vita, sarà ricordato come un santo!" Quante volte abbiamo sentito parlare in questi termini di uno che non è più fra noi, vero? Ma cosa pensate che gliene freghi a quella persona ora del nostro ricordo? Lui, come persona, come essere unico e irripetibile, cosa se ne fa del nostro ricordo una volta che il suo corpo è diventato pasto per i vermi!?!?
A questo punto molti si voltano dall'altra parte e dicono "ma che linguaggio sgarbato che usi!" Come se parlare della realtà delle cose fosse una sgrammaticatura. E' questa "educazione" che mi inquieta: è un'educazione che addormenta l'umanità che c'è in noi; la fisicità del nostro rapporto con la vita richiede una sicurezza tangibile, un punto dove agganciare la propria vita.
Oggi non si parla più della morte, della sofferenza perchè non è "buona educazione". Ma non della morte cruenta, delle stragi (quelle si osservano fin nei minimi particolari e si ripropongono al TG fino alla nausea). Non si parla più della morte silenziosa, nelle corsie bianche e ovattate degli ospedali, nelle stanze arredate di ricordi di un appartamento in periferia. Non si parla delle sofferenze dei genitori, mentre accudiscono un figlio con gravi malformazioni; delle madri in pena per i figli e le figlie sperdute nella jungla del mondo contemporaneo.
Eppure la strada della salvezza passa da lì, per tutti, per chi soffre e per chi accudisce. Ma anche queste persone si chiedono "che senso ha tutto questo?"
Ebbene, in questo film si tace del senso ultimo delle cose, del volersi bene, dell'amare anche chi ti provoca sofferenza, dell'impotenza di fronte alla malattia devastante che ti porta via i tuoi cari.
Si dice "partire è un po' come morire". Aggiungo io il contrario "morire è un po' come partire". Ma verso dove? Verso CHI?
Oggi si ha paura di nominare Dio. Ci si è illusi di fare a meno di Lui.
Eppure Lui è lì, nel sofferente, nel figlio malato, nel nonno che critica tutto quello che fai per lui.
E' lì e aspetta. Aspetta che tu apra gli occhi alla realtà e che ti siedi sul ciglio della tua vita per un attimo. Aspetta un tuo sguardo sincero sulle cose, sui tuoi desideri non soddisfatti, sulle tue paure profonde. Aspetta come un amico fedele, con fiducia, perchè Lui c'è sempre, sempre accanto a te. Anche quando non te ne accorgi, quando pensi ad altro, Lui è lì.
Ma Lui è un altro, non sei te stesso! Non è un ologramma della tua personalità migliore. Lui è un'altra Persona, con i suoi pensieri, che non sono i tuoi pensieri; con i suoi sentieri, che non sono i tuoi sentieri.
Lui è lì. Dove? Nel silenzio della tua camera, nel tuo cuore, in una Chiesa, nel Santissimo Sacramento.
"Ma dai! non tirarmi fuori queste menate! Figurati se io mi metto ad andare in Chiesa!"
Fai quello che vuoi.
Sei libero di fare quello che vuoi.
Ma Lui è lì che ti aspetta, sempre.
Tu entri, ti siedi, guardi verso l'altare e non sai dire una parola. Non ti ricordi più come si fa a pregare. Non importa.
Tu stai lì e Lui è davanti a te, che ti aspetta. Non vedeva l'ora di rivederti e di abbracciarti. Ha voglia di stare con te, di condividere con te quello che ha da darti.
"E cosa mi può dare Dio?"
Leggiamo cosa ha detto:
"Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8, 12)
"Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore." (Gv 10, 10-11)
"Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla." (Gv 15, 5)
Dove sta Dio in quel film che ho visto? Nel sofferente. Chi l'ha riconosciuto fra gli altri protagonisti del film? Nessuno.
Chi riceverà questo messaggio (Dio è nel sofferente e la sofferenza accettata come dono di Dio porta alla Risurrezione e alla vita eterna)? Nessuno di coloro che hanno visto il film, a meno che non abbiamo già fatto esperienza per conto proprio di questa verità di fede.
Ma allora qual'è il messaggio del film?
L'uomo basta a se stesso.
E voi ne siete veramente convinti? Forse quando vi renderete conto di dover dipendere da altri per fare anche le minime cose di tutti i giorni, allora vi renderete conto che l'uomo non basta a se stesso, ma ha bisogno di un Altro che lo aiuti.
Ecco come Dio ci lascia liberi: possiamo anche rifiutare il suo aiuto, ma perdiamo l'aggancio dove appendere la nostra vita.
Vi dona libertà questo pensiero?
Benissimo: siete liberi di fare come credete, finchè state bene e potete navigare nei vostri sogni. La realtà è diversa: più piena, più intensa se vissuta con uno scopo chiaro e preciso, con una méta che va oltre la morte.
Un fraterno abbraccio a tutti
Emiliano
Si parla tanto di informazione pilotata, di guerra ingiusta in Iraq.
Ogni tanto è meglio "lavarsi le orecchie e gli occhi" ascoltando anche le cose che cominciano a funzionare e le prospettive di sviluppo per la popolazione Irachena.
Leggete questo articolo illuminante, un\'intervista a Mons. Rabban Al-Qas, vescovo caldeo di Amadiyah